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Ci sono cose che, semmai sono state, non hanno la minima concreta speranza di essere di nuovo. Come erano o come avrebbero dovuto essere. Che poi è la stessa cosa. Non c'è una seconda volta.
Non c'è una seconda volta. Va assimilato lentamente questo concetto-tabù della nostra sorridente cultura catodica. Eppure in questa recente incarnazione di Justin Broadrick sotto il nome Jesu, qui alla loro terza fatica considerando alla luce di questo nuovo album un transitorio EP dello scorso anno, nel piu cupo dei paesaggi germoglia qualcosa di inequivocabilmente vivo e pulsante. Ho usato la parola luce in riferimento a "Conqueror" e non è un caso. Quasi ridicolo pensando ai pesanti muri drone, a quelle pulsazioni ipnotiche protese inesorabilmente verso un tenebroso infinito che erano e sono la spina dorsale del memorabile debutto del 2005. Eppure senza staccarsi dal suo cordone ombelicale, da cui la creatura Jesu continua invece a ricevere linfa vitale, il nuovo parto di Broadrick citando la traccia numero 3 riesce realmente a trasfigurare in qualcosa di luminoso. Perfino confortante a tratti. Probabilmente quella soffusa oscurità del ventre materno, pure se priva di luce, deve essere stata un luogo estremamente accogliente. Ancora una volta forse, si tratta solo di tornare a casa.
Se nell'album di debutto, di cui come già detto sopravvivono ancora le grandissime intuizioni e un approccio al suono maestosamente psichedelico, era inevitabile percepire un lento e inesorabile precipitare verso il buio, oggi pare proprio che i Jesu abbiano imparato a planare docilmente. In fondo è sempre così, hai paura del tuo nemico solo finchè non impari a conoscerlo. E "Weightless and Horizontal" è in effetti l'esatta descrizione del librarsi lontani da tutto e tutti, tanto che l'unico punto di orientamento rimane l'ipnotico refrain "Try not to lose yourself". Non è la prima volta che definisco l'oscurità luminosa, ma sicuramente questa idea non è mai stata così appropriata come nel caso di "Conqueror".
E se nell'incipit di queste 8 canzoni può sembrare che non molto sia cambiato, basta lasciarsi scivolare nelle distorsioni avvolgenti e ovattate dei Jesu. Lentamente e sempre più in fondo con le stesse metriche lunghe e profonde di un respiro tantrico, fino a quei finali che si smontano stavolta in luminosi prismi psichedelici. Non è la luce alla fine del tunnel, è la luce del tunnel, quando gli occhi si abituano al buio e tutto inizia a brillare in riflessi perfettamente neri.
Post-metal per sognatori del nuovo millennio o forse solo l'impossibile anello mancante tra Sigur Ros e Isis. In ogni caso ancora un passo oltre la frontiera per Justin Broadrick e soci.

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