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Dan Auerbach, i Black Keys. Dan, un etto di barba che sputa passione da dietro il microfono. Blues grezzo, rock’n’roll tirato, sudore nero, elettricità consapevole, Delta prosciugato in una notte, sorrisi garantiti al prossimo barboun. Rullo di tamburi: Dan a questo giro va da solo. Troppo tempo fermo e rischi di lasciar raffreddare la tua chitarra. Patrick Carney capirà ed in fondo non potrà che approvare. La formula vincente non si cambia e così tiriamo un gran sospiro di sollievo ascoltando questo esordio. Si abbassano un po’ i volumi, ma c’era da aspettarselo. Per il resto “Keep It Hid” scorre che è una bellezza, una rossa doppio malto spillata per un assetato. Poi c’è quella voce vecchia, grinzosa, come tirata fuori da una stalla dell’Ohio. Pastosità, cantautorato vagamente psichedelico, ballate drogate, pezzi tirati, mandrie al pascolo sotto il cielo stellato di una campagna infinita, molto sangue che ribolle in fondo allo stereo. La classe c’è e si sente. Un giro tra queste melodie affumicate farà solo del bene a chi cerca genuinità in un musicista. (VOTO: 7)

Se fossero inglesi probabilmente avrebbero ottenuto un discreto riscontro mediatico oltremanica, ma sono italiani e qui le cose funzionano diversamente, purtroppo per loro. I Vickers sono una band fiorentina con un discreto curriculum di festival, anche internazionali, alle spalle. La loro ricetta è piuttosto semplice: pop-rock di stampo britannico, che guarda da una parte agli anni ’60 dei Beatles e dall’altra all’indie rock vintage dei Coral e dei Thrills. Melodie semplici e dirette, intrecci di chitarre efficaci ed una linea vocale corale ed efficace. Pop asciutto e sincero che non ha bisogno di essere spiegato, ma necessita semplicemente di essere ascoltato, ricco di una piacevole e mai frivola leggerezza di fondo. Tre quarti d’ora circa di squarci di sole primaverile e odore di fiori di campo che, soprattutto durante un inverno grigio e bagnato come questo, possono rappresentare un’ancora di salvezza per non sprofondare nel buio delle nostre settimane.(VOTO:7)

Tiepide scintille argentate danzano gioiose attorno alle note di una band dal nome strano, che unisce curiosità a terrore soffuso. Camera237, la camera da non aprire nell'incubo ad occhi aperti di "Shining", la porta da cui tenersi lontani. Per nostra fortuna non troveremo carne mutilata tra questi solchi, nessun bagno di sangue impregnerà i meccanismi del juke box messo su in terra cosentina da quattro ragazzi innamorati del post-rock e della sperimentazione. Una matassa sonora spessa, luccicante di limpida armonia scioglie i suoi lunghi capelli setosi dividendosi tra pezzi strumentali e non, lasciando nell'aria un sentore inebriante di fiore sbocciato. Tutto gira per il verso giusto in "Inspiration Is Not Here", non c'è spazio per divagazioni o autocompiacimenti consolatori. Quando Marco Orrico attacca a cantare in "If You Are Tired Don't Risk, Stop Please" si viene pervasi dalla certezza di avere tra le mani un album nutriente, che va assimilito per immagini e fascinazioni, ad occhi chiusi e orecchie aperte. L'intreccio tra chitarre, sintetizzatori, fender rodhes, percussioni e pianoforti imbriglia la mente richiamando a testimonianza della sua scorrevolezza la risacca del mare e lo sgocciolare di una grondaia invernale. E' musica serrata, sotto pressione, psichedelicamente armonica, a tratti furente, piena, che sa aprirsi spazi di galleggiamento notevoli, grazie ad invenzioni melodiche improvvise come nelle suggestive "Are You Ready For Cambogia" e "M Lou Murphy", strumentali composizioni figlie del miglior post-rock degli ultimi anni. Va a finire che tra i gangli dell'album ci trovi un ricco amalgama di geometriche angolazioni prese in prestito dai Don Caballero, mischiate con folate elettriche degne dei God Is An Astronaut. Ulteriori prove a carico della qualità dei Camera237 vanno ricercate nella sapiente regia dietro al mixer di Francesco "burro" Donadello - batterista dei Giardini Di Mirò, nonché, produttore di gran fiuto - e nella volontà di registrare le nove tracce del disco in presa diretta, quasi a voler rivendicare l'assenza di trucchi e manipolazioni in postproduzione. Gli applausi che aprono l'album sono un invito fatto all'ascoltatore a fare altrettanto dopo cinquanta minuti di giostra elettrica, un presagio trasformato in realtà dalla bravura convincente di una band che ha il solo dovere di farsi conoscere il più possibile per diventare un alberello che punteggia il panorama musicale italiano. (VOTO: 7,5)

Come ogni mattina bisogna aprire il balcone. Lividi nel cielo bombato, aria gelida che sferza la pelle ancora accaldata. Rumori meccanici in lontananza. "Mò scappo", pensi. "Corro, sì, ancora in pigiama, che me ne frega". E un'idea talmente irrealizzabile, che la mastichi con rabbiosa convinzione. E' chiaro che sei vittima di un vagito adolescenziale, di un rimorso esistenziale che t'ingrigerà i giorni a venire. Colpa loro e dei Pains Of Being Pure At Heart suonati in sottofondo dallo stereo. Poi dici che c'è chi ascolta musica per rilassarsi. Tornare indietro nel tempo, al rumore rosa che pizzicava i neuroni, alla dolce confusione che animava le giornate. Tra melodie Smithsiane e distorsioni shoegaze, il quartetto newyorkese inanella dieci canzoni perfette, vibranti, circolari come la miglior centrifuga, essenziali come il più lucido dei sogni. Vengono in mente illustri predecessori, dai Black Tambourine agli onnipresenti My Bloody Valentine, dai Pastels agli M83. Davvero un bagno rigenerante, un Cocoon casereccio, tuffarsi nel pop maleducato di Alex, Kip, Kurt e Peggy. Mezzo ascolto e rimarrete invischiati tra i solchi di questo debutto spettacolare, innamorati persi, come al tempo delle mele, di ogni sguardo che incrocerete per strada. I Pains Of Being Pure At Heart in 34 minuti scarsi riassumono molto bene il concetto base del 'pop' di qualità, scartando il superfluo e premendo l'acceleratore tra cuore e stomaco. Dieci canzoni, dieci singoli potenziali. Prima bella sorpresa del 2009. Ed ora accettate un ultimo consiglio: se proprio dovete fuggire di mattina presto, cambiatevi almeno quell'orrendo pigiama di pile marrone. Ci vuole stile nella vita. Sempre. (VOTO: 8)

Abbandonati i tempi in cui le sorprese arrivavano dal rock'n'roll, dobbiamo abituarci a vivere ere geologiche in cui le imprevedibilità provengono da insospettabili musicisti folk. Un paio d'anni addietro Phosphorescent - nome d'arte di Matthew Houck - aveva imbottito di mescalina Nashville ed aveva tirato fuori un album alcolizzato e visionario, un barcone alla deriva guidato da un coro gospel in gita a Woodstock. Ti aspetteresti, a buon ragione, qualcosa di simile, che lambisca la pazzia tralasciando i canoni della canzone classica. Magari vagheggeresti una qualche tragica vicissitudine che renda epico il percorso. Invece Houck se ne frega altamente e spiazza tutti. Infatti ritorna sulle scene con un disco tributo a Willie Nelson - leggenda ultra settantenne del country americano che a sua volta nel 1975 coverizzò, in un suo album, brani di Lefty Frizzel, utilizzando la medesima grafica adoperata da Phosphorescent per la sua copertina -, suonando alcune delle sue canzoni meno conusciute. "To Willie" non è un semplice tributo riempi-curriculum tanto per fare i fighi, ma è una variazione sul tema ad opera di uno dei più promettenti autori americani. Matthew Houck filtra l'immaginario del suo mito attraverso una voce sgraziata, tragica, traballante, randagia. Rivisitazioni d'alta scuola ritoccate da una classe cristallina ripropongono al pubblico degli anni '00 un pezzo della tradizione musicale americana, ripulendo i solchi polverosi con gusto moderno ad alto tasso di intuizione melodica.
Insomma "To Willie" è un album da gustarsi pezzo dopo pezzo, arrangiamento dopo arrangiamento, ulteriore testimonianza della grande personalità di un astro nascente del folk contemporaneo. (VOTO: 7,5)
dischi da non dimenticare
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testi
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